Mirella mi mancava e non vedevo l’ora di arrivare.

Mi divertivo, giusto per passare il tempo, a scarabocchiare uno di quei listini prezzo, sparsi per le strade, dell’ultimo convenientissimo discount. Abbassavo il prezzo a tutti i prodotti. Cancellavo, cambiavo e mi compravo di tutto, in questo convenientissimo discount. Tutto solo soletto nel posto da quattro, a circa mezz’ora dall’arrivo.

Quand’ecco sbracciarsi una donna nell’aprire la porta che mi separava dagli altri compartimenti e dal bagno, venire nella mia direzione e sedersi dritta davanti a me. Ho alzato lo sguardo dal mio fido listino per un secondo, forse meno, solo per avere una vaga idea di chi mi fosse capitato come compagna di viaggio.

Sarà pesata almeno cento chili; senza contare lo strato di malta che s’era messa in faccia prima di uscire di casa, magari anche per darsi un’aria presentabile. Non ho alzato ulteriormente gli occhi dal mio listino. Non mi fregava nemmeno un po’ come cavolo fosse vestita. Puzzava di vino e di non so cos’altro di acido, che nemmeno mi andava di scoprire cosa fosse. Ogni tanto mi sentivo toccare il piede o il ginocchio: era lei, il mostro, che piano piano si lasciava andare sul sedile nello spalancare quelle gambe dal diametro pazzesco. Avevo deciso di ignorarla completamente fino all’arrivo. Quando, tutto a un tratto, si alza di scatto, si passa rapida una mano in faccia, e decide di sedersi proprio vicino a me. Io ho sobbalzato un attimo per la sorpresa, ma mi sono ricomposto subito. Volevo chiederle una spiegazione per quel gesto, ma mi sembrava maleducata una simile domanda. Magari voleva semplicemente sgranchirsi le gambe o forse il finestrino abbassato da quel posto la infastidiva o chi sa che altro ancora. Povera donna, ho pensato. Facciamola spostare. Ma eccola strisciare il sederone sempre più a sinistra, verso di me. Sempre più vicina; vicina che le potevo sentire l’alito, vicina che le toccavo col fianco le natiche, il suo fianco e una ciocca di capelli unti che le cadevano sulla guancia. Era maledettamente troppo vicina e in più, la schifosa sbirciava. Sbirciava quello che facevo. Guardava come muovevo la penna, privo della soddisfazione di dieci minuti prima. Se ne stava lì a sbirciare come una faina in caccia e per un attimo, avrei giurato di averla vista ghignare per lo splendido spettacolo.

Mi è corso un brivido. Veloce più del treno ho infilato listino e penna nel sacchetto di carta che avevo ai miei piedi, dove tenevo il giocattolo per Mirella, e ho cacciato una gomma dal marsupio legato in vita, terminando il pacchetto. Dato che ero incapace di trovare una soluzione, per risolvermi da quella cavolo di situazione, almeno, masticando, mi sarei rilassato un po’.

Non sbirciava più, la puttana; del resto non c’era più nulla da sbirciare. Ma mi sentivo ancora il fiato sul collo. Mi stava facendo diventare maledettamente nervoso.

Quand’eccola rialzarsi di scatto e rimettersi sulla destra di fronte a me. Una pazza. Una dannata pazza, pensavo. E io che invece di alzarmi e cercare un posto migliore per passare gli ultimi minuti, non facevo altro che pensare a cosa fare per non guardarla. Se l’avessi fatto ero convinto che sarebbe stata la fine. Già la situazione mi sfuggiva di mano; mi conveniva evitare di farla diventare peggio. Così ho preso il pacchetto vuoto delle gomme e ho cominciato a farne piano mille pezzettini. Proprio così. Tanto per non alzare la testa e per passare il tempo. Li strappavo piano piano e le vedevo i piedi, assieme a tutte le tozze gambe, ricominciare a ri-rilassarsi troppo. Temevo il peggio.

Ed eccolo, il peggio: ecco il suo schifoso ginocchio raggiungere il mio. Maledizione, ho pensato. Ma non ho fatto in tempo a pensarlo, che eccola prendere come un’ossessa a massaggiarsi il ginocchio. Se lo strofinava come per liberarsi di una brutta malattia o, che so io, un qualche insetto che le si era impregnato addosso. Massaggiava, strofinava sempre più veloce e non sapevo nemmeno dove guardava, e non volevo saperlo. Continuava a massaggiarselo e poi, assieme al suo, il mio.

Stavo lì con una donna orribile che stava massaggiando il mio ginocchio. Da non credere.

E lì, l’ho guardata.

Ma non ho nemmeno fatto il tempo a pentirmene o a protestare, perché mi ha preso la faccia a due mani, sì. Proprio così. All’improvviso. E se l’è avvicinata tenendomi ben strette le mascelle. Così tanto da farmi male e mi sentivo gli occhi schizzarmi fuori dalle orbite.

Mi ha baciato in bocca.

In bocca, dico. Ma vi sembra possibile?

Poi mi ha lasciato la faccia, rapida come me l’aveva presa, e sono ricascato sullo schienale. Ero troppo scioccato. Perfino troppo per rendermi conto che il treno era fermo, ed ero arrivato. Probabilmente era arrivata anche lei, perché se ne stava in piedi e mi guardava. E anch’io, ora, la guardavo, incapace di reagire. E comese la guardavo.

Teneva in mano una minuscola borsettina fucsia, e aveva un paio di orribili jeans a sigaretta decisamente troppo corti. Una polo a righe.

Mi sono pentito di non averla voluta guardare prima. Mi sarei alzato solo per com’era vestita, la zozzona fuori moda. Odio la gente che non sa abbinare i colori.

Ha allungato una mano, ha preso il mio sacchettino senza che potessi fermarla e ha detto: “Questo, se non ti dispiace, lo prendo io.”

Squittiva come una topina da laboratorio.

Non ho fatto in tempo a dir nulla e a fare ancora meno.

Lei, mi ha sparato.

E per giunta in bocca, dove fa’ più male. Ma che importa? Non ho visto nemmeno la vita scorrermi davanti, e pensare che l’avevo immaginato un sacco di volte, quel momento, per farmi una teoria mia.

Nessun angelo, nessun cartellino da timbrare, nessuna firma e niente nuvole. Ma soprattutto, nessuna vita che ti scorre davanti. Sì, lo so, mi ripeto.

E’ che… sapete quando tenete particolarmente a una cosa e poi non è affatto come pensate o, ad ogni modo, non accade affatto? Ma come ho detto, che importa?

Sono già morto.

E che morte da deficiente!

Se proprio volete saperlo me l’ero immaginata diversa la mia morte e di certo, non per opera di una cicciona fuori moda.

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